
STORIA di MASCHITO
CULTURA ARBËRESHË
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MASHQÍTËS ARBËRESHË
Histori, Kronologië ki ndodhì
Storia, Cronologia degli eventi.
REPUBBLICA DI MASCHITO
Il biennio 1943-44 di Maschito (Mashqítës) nel Sud dell’Italia costituì un’esperienza profondamente diversa da quanto avvenne nei territori italiani del centro-nord, dove per altro l’apporto dei partigiani meridionali fu consistente. Sappiamo un po’ tutti che contro nazisti e fascisti vi furono periodi di rivolta importanti che si collocano nell’ambito di quella che è stata definita “Resistenza Civile”, cioè una opposizione che nasce in primo luogo come reazione al terrore inumano tedesco, è strettamente connessa agli eccidi, includendo la dimensione di lotta armata.
Nell’Italia Meridionale, dopo l’arresto del Duce del 25 luglio 1943, vi erano state continue manifestazini popolari che celebravano la caduta del fascismo ed esprimevano la speranza che con la fine del regime terminasse anche la guerra e la paura. Dopo l’8 settembre 1943 ci fu il rapido “farsi nemico” dei tedeschi con gli italiani, la cui presenza fino ad allora era stata percepita, tutto sommato, come un elemento di rassicurazione, rispetto all’esito sempre più critico del conflitto.
In quel periodo il contesto sociale ed economico del Mezzogiorno era profondamente mutato rispetto agli anni del grande consenso al regime. La fame, il freddo, i bombardamenti e le ristrettezze economiche, avevano distrutto la credibilità. I Meridionali erano stanchi della guerra e delle violenze, e desideravano ardentemente la pace. L'insurrezione rivoltosa esplose dopo l’ennesimo episodio di appropriazione e di rapine da parte dei tedeschi di beni culturali nelle Chiese e nei Comuni e privati. La rivolta nacque come reazione ai rastrellamenti dei tedeschi. Un discorso parzialmente diverso va fatto per il mondo delle campagne dove le rivolte contadine furono un tassello importante della crisi non soltanto del regime fascista, ma anche del blocco agrario latifondista fino ad allora egemone.
Maschito, una piccola cittadella meridionale, fra i colli del Vulture, in Lucania, dopo decenni di patimenti, soggezioni, soprusi, timori, riverenze, i maschitani, gente fiera e piena di dignità esclusiva, discendenti da oltre quattro secoli da cento cavalieri di grande onore nei Balcani e poi in Italia; un popolo di poco più di 3300 anime, dicono ora basta; si riuniscono davanti alla Cappella del patrono in piazza dei Caduti, animano una sommossa antifascista, con a capo un legnagliolo inadatto ma pieno di furore, rabbia e analfabeta ma onesto.
Il pomeriggio del 15 settembre 1943, in piazza ci sono oltre un centinaia di cittadini, il boscaiolo aviglianese Domenico Boccchio, si erge a capo proponendo di cacciare dal suo posto il Podestà Teodoro De Martinis e i nuovi arricchiti. Bochicchio salito sino al terzo gradino della Capella Sant'Elia, in modo che lo vedano tutti, esclama: "abbasso il fascio!", "ora basta con questo sistema, Maschito ha sceso tutti i gradini dell'umiliazione, siamo tutti costretti a zappare la vostra ex terra, ora arraffata dai nuovi arricchiti e vecchi signori avari. Voglio cambiare la situazione e voi tutti farete la vostra parte, puliremo il paese dagli usurpatori che da più di ventanni si approfittano del nostro benessere e di noi, armiamoci e facciamo piazza pulita. Quasi tutti avete il fucile, preparate molte cartucce e oliate bene il fucile (lu duibott) perché potrebbe servire alla nostra causa... dirò io cosa dobbiamo fare e sarò io prima di tutti ad avanzare". Ora in piazza l'agitazione del popolo cresceva e così cresceva il numero degli uomini.
I Carabinieri a pochi passi restavano in piedi, davanti alla caserma, neutrali, senza dire o fare qualcosa, sapevano che non potevano più intervenire perché non c'era più Stato Italiano a comandare e fiancarli, anche il Re Savoia e Badoglio erano scappato da Roma, abbandonando lo Stato Italiano, l'armata e il popolo, alla proprio destino. I Carabinieri a Maschito ebbero sempre buoni rapporti con la gente, erano rispettati perché non facevano del male, erano amici col popolo che li aiutava a vivere con pane, vino, salsicce ed altro. Bochicchio sul gradino della Cappella parlava con voce altera e veritiera, conosceva la gente del paese, gente chiara nel dire le cose, e s'era abituato ad essere sincero, anche se non faceva attenzione a spiegare bene le cose, ma qui la gente lo rispettava; è sempre stato un capace lavoratore, oltre a portare la legna nel paese, ai forni, dava spesso una mano qui, la, dove qualcuno ne aveva bisogno, era un bonaccione.
Mingh, Minguccio (Domenico Bochicchio), così lo si chiamava, era una persona energica e vivace, teso sempre verso l'impazienza se gli eventi non si muovevano così alla svelta come avrebbe voluto o come gli sarebbe piaciuto. "Lui sta dicendo tante cose nel suo dialetto aviglianese, tartagliando molte parole Arbëresh, ma non relaziona abbastanza le sue intenzioni insieme agli altri che non intendono l'italiano. Ha la mente che segue il suo proprio volere, e non si cura molto (si sente benvoluto e sicuro di quello che fa), spesso non prende in considerazione se qualcuno è d'accordo su come lui la pensa".
Diceva tutto lui, senza fare un piano e senza dare tante spiegazioni, voi fate quello che vi dico io e cosi via. A lui piaceva essere sempre il primo nel fare le cose, e fa questo solo perchè vorebbe essere riconosciuto come una persona che fa le cose che nessun altro vorrebbe fare. "Con il suo carattere impulsivo facilmente si arrabbia, ma Minguccio non tiene mai il broncio. Con la stessa velocità con cui si arrabbia si calma. Cosi anche nel discutere con le altre persone, Minguccio preferisce essere diretto, onesto e franco, semplicemente perchè questo deriva dal suo modo di vivere da semplice".
In piazza sono in maggioranza assorti a sentire Minguccio, anche se non intendono molto, ma Bochicchio sapeva gesticolare bene per farsi capire, cosicché compensava l'incomprensione del linguaggio. A un certo punto, in fondo alla piazza, dall'antico arco d'entrata al paese, al lato della casa del dottore Giovanni Romano, arriva correndo un contadino ch'era a san Nicola (prima del cimitero), e arrivato che fu nel centro della piazza, e visto che Minguccio parlava a tutti, si diresse da lui dicendo che a Maschito erano entrati i tedeschi insieme al figlio di Cangianelli. Aveva anche sentito qualcosa dei loro discorsi, e raccontò ad alta voce: "sono due camionette ed una ha la mitragliatrice... erano ubriachi o dubbiat (drogati) e non capivo niente, ma il figlio di Cangianelli diceva loro che a Maschito ci sono belle ragazze e che lui avrebbe provveduto a farli venire da loro...".
Dal lato del Corso Fratelli Giura, le persone ch'erano d'avanti alla chiesa, videro arrivare, in fondo al Corso le jeep tedesche fermarsi nel piccolo largo davanti al palazzo di Giuseppe Cangianelli e, con il passa parola, la notizia arrivò anche da quella parte a Bochicchio, agitato e furioso come un leone. Il popolo s'infuriò in se per l'arrivo dei tedeschi e tutti guardavano verso il Corso, borbottando insolenze contro loro e la casa del traditore Cangianelli. Bochicchio parlò ai fratelli Tommaso e Vito di organizzarsi con Salvatore Pace, Carmine Barbano, Canio Giglio, con un po' di gente, per andare a protestare contro il gestore del Consorzio agrario, che aveva ospitato i tedeschi di passaggio con suo figlio confidente, Ninì Cangianelli sempre gradasso con i maschitani.
In questo frattempo, noi ragazzi molto curiosi davanti a tutti, difronte alla Cappella di "shën Alia", di cui non avevamo mai visto una jeep; dopo ascoltato tutto questo, ci incaminammo a mano nella mano dell'altro, mio fratello maggiore Angelo Volpe, mio cugino Juç Kucchiaron e io, altri ragazzi ci seguirono a ruota verso la casa di Cangianelli. Passato tra la gente, a circa cinquanta metri da noi cerano davanti al portone di Cangianelli le jeep. Passiamo vicino e noi tre andiamo a sederci sul gradino di casa del barbiere Savino (barbiere e pittore), a due metri dalla jeep con la mitragliatrice. Non succedeva niente, i due soldati non tenevano nemmeno i fucili puntati, andavano su e giù per dieci metri e ridevano dicendo parole a noi incomprensibili, parlavano tedesco.
Su dal balcone di Cangianelli, ogni tanto arrivavano delle risate più schiamazzose che allegre, spesso si vedeva affacciarsi un altro tedesco al balcone, che dopo avere guardato i suoi tre commilitoni in strada, sorrideva e poi rientrava. Il tedesco sulla jeep, accanto alla mitragliatrice, fumava sigarette e beveva una bottiglia di spumante maschitano tutto da solo, ogni tanto ci guardava e rideva ironicamente e spesso, come se ci volesse incutere paura.
Noi eravamo zitti e seduti uno stretto all'altro; Vigjin Palanç e Diador Shkapa, campagni di mio fratello, vengono a sedersi vicino a noi sul gradino, non diciamo niente ma stiamo insieme; naturalmente in noi c'è molto timore, ma sappiamo anche che non ci succederà niente restando tranquilli a guardare. Alla nostra destra nel vicolo, via Scura, si erano adunati anche altri ragazzi e giovani paesani, e come i nostri genitori si sentivano anche loro forti, e questo ci rincuorava tutti nei nostri scambi di sguardi. Dopo un lungo tempo i tedeschi scescero dalla casa e saliti sulle jeep insieme al figlio di Cangianelli ripartirono, ubriachi e chiassosi, scendendo per via Roma. Noi correndo appresso, li vedemmo sparire con le jeep dopo il camposanto, andarono verso Cerentino. Sempre correndo risalimmo verso il centro del paese, per il Vico Albanese e verso il grande portale, in quel mentre si sentì un colpo di fucile e in piazza la gente era rivolta tutti verso la Caserma dei Carabinieri.
Minguccio con intorno i fratelli parlava al comandate, quando riuscii ad avvicinarmi per sentire meglio quello che dicevano, riuscii a capire le parole di Minguccio ...voi dovete restare in caserma, spogliatevi della divisa e mettetevi in borghese, e disarmateli dei moschetti e pistole, ordina loro di non uscire dalla caserma; e così dicendo, quasi a malavoglia li spinge dentro il portone della caserma e la chiude.
Con i fucili a tracolla, si avviarono Minguccio in testa, Vito e Tommaso Bochicchio, Carmine Barbano, Salvatore Pace e Canio Giglio, verso il Municipio, la gente faceva spazio per farli passare e poi li seguirono tutti veso quella parte.
Mentre i sei armati salivano la lunga gradinata del Municipio, la gente si raccoglieva davanti allo spiazza, altri agli angoli di via Skanderbeg e via Nazionale, cera molta agitazione, non si sapeva cosa stesse succedendo, dopo un lungo tempo, di colpo iniziarono a vedersi delle fiamme, Domenico Bochicchio e fratelli stavano dando fuoco a tutto quello che cera nel Municipio. Alcuni salirono le scale ma poi ritornarono indietro, fumo e fiamme uscivano dalla porta e dalle finestre nel vico Salita Municipio; dopo un poco, escono tutti discendendo le scale di corsa, il Municipio bruciava alimentato dalla carta che era d'appertutto nei tre uffici. Scesero le scale e si diressero all'ufficio delle tasse, ed anche qui dopo un po' venivano bruciale tutte le carte, compreso i moblili. L'intento della agregazione Bochicchio, era quella di bruciare tutte le carte dell'Esattoria e Municipio, per far sparire il ruolo delle tasse.
Su per il corso, i maschitani quasi tutti uomini, guardavano sbalorditi questi avvenimenti, dal Municipio e dall'Esattoria venivano fuori fiamme e fumo, due donne con i secchi riempivano i l'acqua dalla fontanella e la portavano nel vicolo del Municipio e bagnavano le porte del palazzetto d'ifronte, la casa del Dott. Paolo Dinella, perché le fiamme arrivavano alle finestre del nostro medico, ed avrebbe certamente preso fuoco se non bagnavano le porte e finestre. Tutti quanti eravamo impauriti, ci si allontanava indietro, versandosi nelle stade accanto. Il Municipio con l'Esattoria erano in fiamme.
Nel fratempo Bochicchio e brigata s'erano adunati davanti alla porta del Caffe, bar all'angolo tra il corso F. Giura e Largo dei Caduti e Capella di San Elia, (locale che poi divenne l'odierna banca di Maschito), Minguccio fa segno con la mano e tutti e sei discendono il corso Fratelli Giura, ed arrivati davanti al portone di Giuseppe Cangianelli, bussarono con forza al portone, la famiglia Cangianelli restava chiusa in casa e non rispondeva; allora Minguccio e Canio con il ridosso dei fucili, ruppero la porta accanto al portone, dove si entrava all'ufficio del consorzio, quindi entrarono in casa; ora si sentivano grida di paura, Minguccio li minacciava e diceva loro che dovevano andarsene via, ... comunque non torsero un capello a nessuno.
Giuseppe Cangianelli è il gestore del Consorzio agrario, Bochicchio e compagni, sequestrarono tutto il grano delle 'kanakambr' (torre vuota a cilindro, fatto di canne aperte intrecciate a forma cilindrica, con un diametro di circa un metro e alta due, aperta sotto e sopra, e posata su una tela sotto, e dentro si accumolava il frumento), grano, orzo, che si trovava in casa, poi tutta la riserva di alimentari e dell'olio, lasciando solo un po' di farina per fare la pasta e mangiare, Cangianelli restava immobile mentre veniva portato via le derrate, non poteva far niente, Minguccio avava in mano un coltello.
Poi tutti e sei, Minguccio in testa si recarono nell'abitazione del cognato di Cangianelli, Sabino Scarpi, ch'era tenete della Miliza Volontaria per la Sicurezza Nazionale, e a Maschito comprava l'uva, le olive e grano dei contadini e lo rivendeva fuori Maschito ai negozianti di vini; (Scardi, maschitano, aveva fatto anche la Marcia su Roma, rifiutando dopo anche il tesserino; da Maschito fu uno che partì volontario nella guerra di Spagna, ed è stato uno dei tanti nella guerra in Africa).
In seguito i sei andarono nell'abitazione di Ottavio Anastasìa, comandante della locale MVSN, e dopo avergliene dette un sacco di ingiurie, e dato un paio di shiaffoni per ricordarsi delle malefatte, anche qui, prelevarono tutte le loro armi e se n'andarono dicendo di non muoversi da casa senza il suo permesso, poi se ne andarono senza far male a nessuno.
Bochicchio aveva concluso e si diressero ora con molti agregati verso il palazzo del Podestà di Maschito, Teodoro de Martinis, fascista e spilorcio, piccolo, tarchiato, tutti i giorni vestito di nero, proprietario di terre e case in Maschito, amministratore dei beni della ricca famiglia Tufarolo. Molti erano i contadini che lavoravano nelle campagne dal sorgere al tamonto del Sole per il 'padron' Don Teodoro: Da più di ventanni questo cosidetto signore tratta i contadini miserabilmente, anche se non può usare la frusta, usa la lingua con tutti i suoi vituperi, a volte fa qualche favore, ma pretende la completa soggezione del contadino sfruttato fino all'ultimo 'menzet' (misura per il grano, di cui i contadini a quel tempo usavano).
De Martinis aveva un fratello avvocato Angelino de Martinis, che lo sosteneva, e la legge qui la faceva lui; poi, tempo dopo, l'avv. Angelini, socialista, andato a vivere a Napoli, si seppe che si suicidò per vergogna. L'iroso e scostante De Martinis, sempre affiancato dall'Ufficiale Giudiziario, spesso lo si vedeva nei campi a controllare e giudicare per le tasse, spesso, per sequestrare a qualche contadino il grano o l'uva, o passava per intimorire chi non riusciva a pagare le tasse, naturalmente sempre affiancato dal suo affabile ufficiale giudiziario, uomo scorbutico, maldestro e ladro, personaggio di legge!.
Il Podestà non piaceva a nessuno, la gente lo disprezzava nascostamente e continuamente, alcuni contadini per abbonirlo, alle feste, inviava il proprio figlio a portare a 'don Teodoro', qualche bottiglia di vino moscato e spumante fatto sempre in casa, lui non ringraziava nessuno! ... sì! posa tutti lì... mettili per terra e puoi andare...; questo cosidetto signore a Maschito le combinava come voleva, pestava i piedi a chiunque, ed i contadini si impoverivano.
Anche Domenico Bochicchio doveva molti favori al Podestà, e quando il nostro sestetto armato arrivò dal Podestà, non aperse nemmeno il cortello per impaurirlo, gli disse: 'Tu non comandi più, hai finito! Ora noi dichiariamo Maschito una Repubblica, e tu non hai più nulla da dire'. Il fratello avvocato voleva intervenire contro Bochicchio e comagnia, ma si fermò e non disse niente, Mingh aveva gia preso in mano il coltello. 'Allora hai capito Don Teodoro?, non muovetevi di casa, restate chiusi e non aprite a nessuno, così n'incuno vi farà del male, Mingh prese le chiavi di casa prima sequestati e le ridà dicendo ancora una volta di stare chiusi in casa, e se ne uscirono da casa De Martinis.
In seguito, iniziarono il giro per i palazzi ricchi del paese, da coloro che si erano arricchito col sudore dei paesani, e portarono via anche da loro i prodotti alimentari, olio, grano e armi. Alcuni di questi sacchi, forono portati ai due forni del paese, e Bochicchio ordinò a mia madre Carmela Volpe Savino ('Zj Carmela furnaletk), fai il pane per tutti', e così anche all'altra fornaia: Zj Vita Furnara, dovete fare il pane che tutto il popolo deva mangiare; pane per tutti, che sarebbe stato distribuito al popolo a un prezzo modico, che si potesse pagare anche dal più impoverito, senza danni ai soldi della gente.
Mercoledì 15 sett. 1943 la Luna è in Ariete, segno di fuoco e di impulsività; questa Luna a Bochicchio, Ariete di nascita, lo sprona a considerazioni personali e soggettive che per lui sono più importanti di qualsiasi altra cosa. Innanzi tutto, in questo giorno, in lui, la Luna gli provoca un gran bisogno profondo di appartenere e di avere rapporti con la gente e con le persone care. Questo bisogno influenzato dal Cielo, acutizza la sua sensibilità emotiva e lo rende ricettivo alle sensazioni e agli umori di coloro che che l'ascoltano, Bochicchio in se sente la necessità di condividerne i propri ritmi ed entrare in sintonia con i maschitani, e questo è stata l'indicazione inconscia che lo fece sentire parte di un gruppo, è amico della gente e dei suoi problemi.
Tornato in piazza dei caduti, dove la gente si era tutta riunita, salito sulle scale della antica Capella, dice: "abbasso il fascio", viva la Repubblica; gli animi dei più vicini si infiammarono e elogiando Minguccio battevano le mani. Poi Mingh alzato le mani, la gente si acquietò, mentre lui dichiarava: 'il fascio non c'è più, i signori e i tedesci li abbiamo cacciati, siamo di nuovo un popolo libero e dobbiamo difenderci.
"Dichiaro Mashqítës 'Repubblica libera' « Repubblica di Maschito »"; e volto verso il fratello Vito dice ' Tu fara il Sindaco e domani eleggeremo gli assessori'. Dopo il consenso dei vicini, Bochicchio ordina a Tommaso di organizzare degli uomini armati di fucile, almeno una ventina, che si muovano continuamente, nei campi e tutto intorno al nostro territorio, devono stare sempre in guardia, poi li darete il cambio con altri, e così fece Tommaso che organizzò subito le battuglie fra i più baldanzosi del paese.
... segue.
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